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Chiara Meroni

San Gregorio a Caslino d'Erba

  • Numero: Giovedì, 04 Ottobre 2012 11:53
  • Scritto da 

Con queste parole, Don Carlo Annoni, storico conoscitore dell’erbese, descrisse il piccolo paese di Caslino d’Erba, ricordando la sua antica origine e le preziose memorie, tra le quali vi è da annoverare l’oratorio di San Gregorio [1].

Non si conosce l’origine di questo edificio religioso, ma quasi sicuramente sorse su un sito di culto romano, come testimonierebbero alcuni reperti risalenti all’epoca romana, ritrovati durante gli scavi nel sagrato antistante che ha nascosto, per lunghi anni, anche alcune sepolture longobarde [2]. Si presume che la collinetta su cui oggi sorge San Gregorio ospitasse un tempo una cappella annessa ad un’aerea cimiteriale longobarda. Al popolo della regina Teodolinda è legata inoltre la dedicazione originaria dell’oratorio: fino al 1398, infatti, era intitolato a San Giorgio, santo nazionale presso i Longobardi, santo cavaliere protettore dei soldati e della buona terra (aveva il compito di salvaguardare il terreno di sepoltura, dovendo essere i cimiteri cristiani luoghi consacrati) [3].

L’attuale San Gregorio risale al XV- XVI secolo: i rilievi, effettuati durante i lavori di restauro degli anni Novanta del secolo scorso, hanno evidenziato che prima fu costruita l’aula e, in un secondo momento, fu aggiunto il presbiterio. Non sappiamo con precisione la data di questa aggiunta, ma sicuramente avvenne nella prima metà del XVI secolo: 1547 è, infatti, la data che compare sul ciclo di affreschi del presbiterio. La sacrestia, invece, fu costruita nel Settecento.

Gli affreschi furono scoperti casualmente durante i lavori di restauro: parte della decorazione novecentesca e dell’intonaco che li ricopriva si staccò, rivelando alcuni volti. I restauratori procedettero con la discialbatura e scoprirono un ciclo di affreschi che ricopre tutte le pareti del presbiterio. L’intonaco fu posto nel 1836 durante l’epidemia di colera che colpì la zona: l’oratorio fu trasformato in lazzaretto; si trattava di una pratica comune: gli edifici religiosi “minori”, in occasione di peste e colera, erano adibiti a lazzaretti: come metodo di disinfezione, al termine delle epidemie, si intonacavano le pareti. I dipinti di San Gregorio, però, citati nei documenti per tutto il Cinquecento e per parte del secolo successivo, non vengono più nominati già negli atti delle visite pastorali della fine del Seicento e del Settecento: forse le pareti erano state intonacate in seguito alla peste del 1630? È un’ipotesi probabile, tenuto conto di episodi simili nel territorio circostante.

I dipinti murali di San Gregorio, realizzati da Lazzaro Gerosa [4], ritraggono diversi soggetti.

Sulla parete destra vi sono raffigurate due coppie di santi: i Santi Rocco e Cristoforo e i Santi Bernardino da Siena e Antonio Abate. San Rocco è rappresentato attraverso la sua iconografia tipica da pellegrino e indica la ferita causata dalla peste (sotto questa figura è presente la firma dell’artista: “HOC […] F F BNARDNI […] DOMINI ANTONI D […] 1547 DIE 28 HOCTO[…] LAZARU GEROXA PINXIT”). San Cristoforo era il “traghettatore della anime”, il santo che aveva il compito di accompagnare i fedeli cristiani alla vita ultraterrena: egli, infatti, porta sulle spalle un bambino (simbolo del fedele), aiutandolo a guadare un fiume; la presenza di questo santo potrebbe alludere alla primitiva funzione dell’oratorio sorto, come già ricordato, vicino ad un cimitero. Anche gli altri due santi presenti, Bernardino da Siena e Antonio Abate rispecchiano l’iconografia classica: il primo con il saio francescanoe il trigramma (simbolo di Cristo), mentre il secondo con il bastone, la barba bianca, la campanella e la fiamma (il “fuoco di sant’Antonio”).

La parete di fondo del presbiterio è la più ricca di figure ed è divisa in un polittico affrescato in sei riquadri, ai lati del quale compaiono due volti di santi non identificabili a causa delle aperture sottostanti che danno accesso alla sacrestia.

Nella fascia superiore del polittico sono raffigurati (da destra a sinistra) Sant’Antonio Abate, la Crocifissione e San Bernardo d’Aosta. La Crocifissione è la scena maggiormente curata dell’intero ciclo: il pittore diede molta importanza alle emozioni dei personaggi e dedicò una certa attenzione ai dettagli (come si può notare dalla città turrita sullo sfondo). San Bernardo d’Aosta era il protettore dei valichi alpini (che si credevano popolati da demoni) e, quindi, aveva il compito di proteggere anche Caslino d’Erba, essendo situato in una conca tra le montagne, in una posizione che poteva essere ritenuta strategica per l’avvistamento di eventuali invasori [5].

La fascia inferiore, invece, ospita al centro quel che resta di una Madonna in trono con Bambino e, ai lati, nascosti dagli angeli dell’altare, due santi: un santo vescovo (si intravede la mitria sul suo capo) e un santo papa o vescovo.

Sulla parete di sinistra troviamo altri personaggi: San Gregorio Magno (titolare dell’oratorio) e Santa Odilia [6] sono posti ai lati della scena principale e di maggiori dimensioni dell’intero ciclo: San Giorgio e il drago, riferimento al primitivo dedicatario dell’edificio religioso in oggetto.

Altre composizioni da esaminare sono quelle della volta del presbiterio. Al centro Dio Padre circondato, nelle vele, dagli Evangelisti, ognuno dei quali è raffigurato in un atteggiamento diverso (Giovanni sta riflettendo su cosa scrivere, Matteo sta intingendo lo stilo nel calamaio, Marco sta leggendo e Luca sta dipingendo una tavola con la Vergine e il Bambino), e dai Profeti nei pennacchi (ne sono riconoscibili solo due: Elia, perché è conservato il nome, e David, perché è coronato). Questa impostazione, con Dio Padre, evangelisti e Profeti, è abbastanza tipica, in quanto la si ritrova nelle volte di altri edifici religiosi della zona.

Rimane un ultimo riquadro da analizzare: esso si trova sulla parete destra dell’aula. È molto rovinato: si intravedono i Santi Rocco e Sebastiano e una scritta incompleta al di sotto delle due figure che informa che l’opera fu commissionata da un certo “ZENO DE BONFILIS”. I santi Rocco e Sebastiano venivano spesso raffigurati in coppia: entrambi erano invocati durante le epidemie di peste; Rocco, infatti, durante il suo pellegrinaggio, fu colpito da questa malattia, mentre le ferite provocate dalle frecce sul corpo di Sebastiano possono ricordare le piaghe causate dalla peste.

Un altro motivo di interesse dell’oratorio di San Gregorio è rappresentato dal sagrato antistante, circondato dalle cappelle della Via Crucis. Queste furono erette tra il 1755 e il 1757 da Carlo Resta in serizzo di ghiandone e decorate nel 1760 dai fratelli luganesi Giuseppe Antonio e Giovanni Antonio Torricelli, il primo pittore di figura, l’altro quadraturista, che si erano specializzati in questo tipo di decorazione (si conoscono, infatti, diverse Viae Crucis per le quali furono chiamati i due pittori originari di Lugano). Gli affreschi, però, si rovinarono a causa della presenza dei tigli sul sagrato, che impediva una corretta aerazione, e delle condizioni atmosferiche: per questo motivo furono ripresi da Luigi Morgari nel 1928 ma, sempre per i motivi ricordati poco sopra, anche questi dipinti si rovinarono e, ad oggi, rimangono visibili solo cinque scene della Passione di Cristo.

L’oratorio di San Gregorio a Caslino d’Erba, nonostante sia poco conosciuto, rappresenta un’interessante testimonianza dell’arte e del suo sviluppo in un’area periferica, lontana dai centri maggiori.

 

 


[1] Si parla di oratorio perché questo edificio rispecchia una particolare tipologia architettonica (aula ad unica navata e presbiterio) e perché in esso si celebravano riti “minori” (preghiere collettive, salmi, inni e culti dei morti).

[2] f. isacchi, Caslino d’Erba e la sua storia, Milano, 1957, p. 28; Archivio Parrocchiale di Caslino d’Erba, Documenti San Gregorio, Sopralluogo tomba Oratorio San Gregorio del 28 marzo1995, a cura dell’Architetto Francesco Colombo, tecnico comunale.

[3] e. guglielmi, San Gregorio di Caslino d’Erba: tra prodigio e realtà, in «Quaderni Erbesi», XIII, Como, 1992, pp. 126- 127.

[4] Lazzaro Gerosa è un autore pressoché sconosciuto. Allo stato attuale sono noti il ciclo di Caslino d’Erba e un riquadro votivo in San Pietro al Monte a Civate, datato 1565 e raffigurante la Madonna in trono con Bambino tra i santi Antonio Abate e Giovanni Apostolo.

[5] San Bernardo è uno dei protagonisti della leggenda dei sette fratelli eremiti del Lario che si ritirarono ciascuno su un monte per sorvegliare ed avvisare la popolazione in caso di pericolo. p. pensa, Noi gente del Lario, Como, 1981, pp. 251-252.

[6] Odilia fu una santa martire, figlia del re di Alsazia che, nata cieca e convertitasi al cristianesimo, riacquistò la vista.

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1 commento

  • Link al commento Luigi Nalesso Venerdì, 07 Dicembre 2012 11:04 inviato da Luigi Nalesso

    bell'articolo

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